Sembra una mattinata come tante altre: le solite pratiche,
telefonate, visite, scartoffie, documenti e via dicendo. Ma quando il
destino ha deciso di venirti a trovare, quando l’imprevisto vuole sfondare
le fragili pareti di un’esistenza apparentemente tranquilla, una mattinata
come tante può trasformarsi in un’esperienza unica, travolgente, con la
forza devastante di una tempesta di dimensioni mai viste prima.
“Buongiorno Paola.”
“Buongiorno a te, Melany. Sei già a gironzolare per gli
uffici? Non hai proprio nulla da fare, eh?”
“Hey! Ma stai scherzando, vero? Sai bene che per me il
lavoro è importantissimo e non lascio nulla indietro. È solo che... beh...
è importantissima anche la pausa caffè... per nulla al mondo vi
rinuncerei...”, risponde Melany ammiccando e tirando fuori dalle labbra
socchiuse la punta della lingua, con fare ironico e dispettoso.
“Sì, d’accordo, d’accordo, ma vedi di fare in modo che la
pausa caffè non duri un’intera giornata lavorativa...”, ribadisce la
collega, ammiccando a sua volta.
“Ti ha mandato il capo a controllarmi, per caso? Ho capito:
vuoi che ti offra il caffè per comprare il tuo silenzio vero? Ok, andata,
cedo al ricatto.”
“Beh... in questo caso... diciamo che chiuderò un occhio e
non dirò nulla... A me macchiato grazie e nella solita tazzina di vetro.”
“Nient’altro Paola? Servita e riverita, eh?”
Salutata la collega con un dolce occhiolino, Melany si
avvia verso la macchina del caffè quando, all’altezza di un ufficio, sente
pervenire al suo indirizzo un “Fufiuuuuu!!!”
E lei fa: “Silvio... sempre il solito...”
“Come hai fatto a capire che sono io? Non mi hai nemmeno
visto e questo non è il mio ufficio...”
“Il fatto che tu non sia nel tuo ufficio è una cosa normale
visto che sei sempre in quello degli altri, o meglio ancora, in quello
delle altre... E poi sono anni che ci provi instancabilmente tutti i
giorni che mi vedi. So’ fidanzataaaaa!!!”
“Anni? Esagerata! Forse qualche mese... E poi è tutta colpa
tua...”, si schermisce Silvio con tono ironico.
“Colpa mia? O bella, questa è nuova... E perché di grazia?”
“Sarà per il tuo carattere così solare; sarà per la tua
bellezza così lunare evidenziata dalla tua carnagione chiara, sarà per la
gioia di vivere che sprizzi dai tuoi occhi che brillano di felicità,
sempre e comunque, accesi non da quel sorriso stolto di chi è preda
dell’incoscienza, al contrario consapevoli del bel dono sia la vita che
riesci ad apprezzare in pieno in tutte le sue sfumature...”
“Silvio”, lo interrompe lei, “come sei spirituale e poetico
oggi! Ma credi davvero che io beva le tue balle?”
“Beh Melany... diciamo che un pelino dipende anche dal
fatto che giri maestosa dall’alto dei tacchi da cui si innalzano le tue
lunghe gambe, ondeggi il tuo fondoschiena marmoreo, racchiuso nei jeans
attillati, a destra e a sinistra in modo provocatorio, trasporti fiera il
tuo fisico asciutto, scolpito dal flamenco, ballo caldo, sensuale, che
sembra fatto su misura per te, perché meglio di qualunque altro, ti
consente di esprimere ed esaltare la tua femminilità”, sciorina Silvio con
sguardo sognante e sospirone finale.
“Almeno ora sei più sincero... Adesso sì che ti riconosco!”
“Eh eh, Melany... non puoi certo dire che io non abbia buon
gusto. E non solo io. Qui piaci a tutti, lo sai... Insomma, devi ammettere
che sei una vera e propria minaccia per noi maschietti...”
“... o forse per quelli porcellini come te... Ma se non
ricordo male sei sposato, no?”
“Sì, sì, ma mia moglie non è gelosa, quindi...”
“Silvio... Sono fidanzataaaaa! Fi-dan-za-ta!!! Do you
understand?”
“Ecco la solita megalomane... Sempre a far pesare il fatto
che conosci tre lingue alla perfezione. E poi... nemmeno io sono geloso,
se la cosa ti può interessare...”
“Niente da fare, sei irriducibile... Senti, ti porto un po’
di caffè al bromuro per sedare i tuoi bollenti spiriti?”, gli propone
Melany sorridendo maliziosamente.
“Da te prendo tutto, mia dolce Melany...”, altro sospiro
sognante.
“Sono dolce, sì... ma non TUA. Mi spiace Silvio. Buon
lavoro...”, e si allontana.
È ormai in prossimità della macchina erogatrice dei venti
secondi di piacere quando le si avvicina Franco, il suo amato portinaio,
ma in fondo l’amato portinaio di tutti.
“Melany buongiorno.”
“Buongiorno a te, paparino.”
“Non ti ho vista passare questa mattina e mi stavo
preoccupando, così ti stavo venendo a cercare.”
“È vero Franco, ma quando sono entrata non c’eri. Magari
eri nell’atrio antistante a fumarti una sigaretta di nascosto...”
“Già Melany, forse sei passata proprio quando ho lasciato
per pochi minuti la mia guardiola. Come mai oggi non hai aspettato che ti
portassi io la colazione?”
“Mi andava di sgranchirmi un po’ le gambe, così ho deciso
di fare due passi.”
“Sgranchirti le gambe? Ma se sei sempre in movimento! La
sera dopo il lavoro insegni flamenco, tieni spettacoli anche in città
diverse dalla nostra, fino a tardi ti esibisci nei locali per fare
animazione, eppure la mattina seguente sei sempre qui a dispensare il tuo
sorriso e la tua freschezza a tutti come se nulla fosse, e mi parli di
sgranchirti le gambe?”
“Beh, Franco... Chi si ferma è perduto, no?”
“Hai ragione, Melany”, sorridendo come un tenero e buon
padre di famiglia. “Tu lo sai che sei la mia prediletta, vero?”
“Lo so Franco, lo so. Mi arriva forte e chiaro il tuo
affetto per me.”
“Del resto Melany, come si fa a non volerti bene? Sei
sempre disponibile con tutti, aiuti tutti, ascolti tutti, hai sempre una
parola di conforto per ogni circostanza. Sei una persona semplice,
genuina, fresca. Come quei cibi prodotti da aziende artigianali, frutto di
tradizioni tramandate da padre in figlio di generazione in generazione.”
“Sei sempre così buono con me, Franco, non merito tutto
questo...”
“Lo meriti eccome, invece. Sei una persona di sani princìpi,
bella dentro e fuori. Inoltre hai un lavoro di responsabilità che ti rende
economicamente autonoma, sei una bravissima ballerina e insegnante di
ballo. Il tuo fidanzato è proprio fortunato.”
“Sai Franco? Mi hai proprio convinto... Hai ragione”, e gli
offre uno dei suoi migliori e caldi sorrisi.
“Buon lavoro, Melany,” la saluta il portinaio congedandosi.
“Buon lavoro e buona giornata a te, Franco.”
Preso il caffè per sé e per Paola, Melany rientra presto
nel proprio ufficio. Del resto lei adora il suo lavoro, perché le dà mille
soddisfazioni e le permette di avere contatti con tanta gente di diversa
estrazione e cultura: operai, impiegati, rappresentanti, clienti,
fornitori, politici, sindacalisti, amministratori di Provincia, Regione,
Stato, e addirittura di nazionalità estera.

Si siede alla sua scrivania. Il suo sguardo si posa sulla
foto che sta vicino al suo computer e che ritrae l’immagine di Spank, il
cane dei cartoni animati, immortalato in un’espressione da innamorato con
gli occhi a forma di cuore. Quella foto sta lì dal giorno in cui si è
fidanzata con Stefano.
Mentre la guarda una nube si affaccia nel suo sereno
orizzonte. Una nube carica d’acqua che ultimamente staziona spesso nel suo
cielo, con la stessa pericolosità di un asteroide dalla parabola errante,
incerta, che rischia di cadere sulla Terra provocandone la quasi certa
estinzione. Una nube che al momento non sembra destinata a sparire e che
costituisce l’unica ragione che la porta, talvolta, ad abbandonare il suo
onnipresente sorriso.
La sua relazione sta attraversando una fase difficile.
Forse è a una svolta. Forse solo a una necessità di verifica. È questa la
nube che ogni tanto scarica anche temporali di intensità spaventosa che
turbano il suo animo, per il quale non ci sono ombrelli o rifugi adeguati
in cui trovare adeguato riparo.
È stata tradita! E per più di un anno! Lei, che non
conosceva nemmeno il senso di questa parola. Lei, che non concepisce il
significato che questa parola esprime proprio perché la trova una cosa
assurda, ignobile.
Eppure il tradimento esiste. La realtà di tutti i giorni,
continuamente, riporta queste e ancor peggiori esperienze. Ma un conto è
averne notizia dai mass media o da quegli stupidi giornalini scandalistici
che sopravvivono nel rivelare questo o quel tradimento, redatti da persone
senza cuore e dignità e letti da gente la cui vita è talmente misera che
prova un sadico piacere per le disgrazie altrui, ben altro discorso è
vivere sulla propria pelle esperienze così brucianti da lasciare una
cicatrice profonda, e a volte anche una ferita che non si rimarginerà mai.
Sì, perché il tradimento è la cosa più vile, più indegna
che ci possa essere, ed è ancora più crudele e facile riservarla a una
persona buona di cuore come Melany.
Che amarezza scoprire che la “lotteria della sfortuna”
questa volta ha estratto proprio il suo numero, volendo colpire proprio
lei.
Il suo fidanzato non solo si è macchiato di questo infame
crimine, ma lo ha fatto anche per un periodo interminabilmente lungo,
fuori dalla comprensione umana e dalla comune decenza. Ma non per Melany.
Lei ha perdonato. Lei ha giustificato, ha compreso. O almeno così crede,
perché da qualche tempo una voce interiore le parla: la voce del cuore le
segnala, come un campanello d’allarme, che non tutto funziona come
dovrebbe. La riporta a una realtà che lei cerca di ignorare, come quando
si cerca di affondare nell’acqua un pallone che ritorna sempre a galla,
non importa quanto profondamente lo si spinga giù, perché tanto finisce
sempre per riemergere.
Solo che la vita non è un gioco e quando il dolore riemerge
è la persona che lo prova che rischia di affondare.
Per quanto amore si possa provare, è possibile giustificare
fino in fondo queste situazioni? È possibile dimenticare
l’indimenticabile? È possibile restituire il profumo e la bellezza a un
fiore a cui sono stati tarpati i petali?
Il telefono squilla mentre Melany è ancora immersa, come
ipnotizzata, nella cornice del suo beniamino portafortuna Spank, con il
pensiero assorbito da queste imbarazzanti domande che le suonano
fastidiose e cariche di pericolo, esattamente come il ronzare di uno
sciame di api che si avvicina mentre si è in campagna a fare un tranquillo
un pic-nic sotto il sole, nei pressi di un alveare nascosto alla vista.
“Driiin”, il secondo squillo fa ripiombare Melany nella
realtà dell’ufficio, distraendola fortunatamente da quell’altra così
dolorosa.
È un interno: “Melany, sono Marina. Non hai sentito la
sirena? Sono le 13 passate. È ora di andare a pranzo. Vieni con noi?”.
“Ah... ehm... sì, sì... certo... Voi intanto andate, io vi
raggiungo subito. Sistemo delle carte e arrivo.”
Invia un fax, chiude una lettera che ha scritto con il
computer, inserisce nel raccoglitore delle pratiche sparse sulla sua
scrivania.
Nel frattempo sente bussare alla porta semiaperta del suo
ufficio. Due colpi secchi. Decisi. Non alza nemmeno la testa. Pensa che
sia ancora Marina per sollecitarla ad andare via insieme.
Risponde distrattamente: “Arrivooooo!!!”. Ma dalla porta
non sente provenire alcun suono, solo altri due colpi ancor più decisi e
forti: “Toc toc!!!”.
A tal punto risponde, sempre senza guardare: “Uff... entra,
dài!”. Di nuovo silenzio. Stranamente dall’altra parte non c’è risposta.
Eppure qualcuno ha bussato.
Melany alza dunque la testa con un piglio che si può
esprimere con le parole: “Adesso gliela faccio vedere io a quest...”. Non
fa nemmeno in tempo a terminare la frase mentalmente, che il suo sguardo
si incrocia con quello di un uomo giovane, distinto, alto circa 1,85 m,
statuario.

Si erge con la stessa fierezza di un bronzo di Riace.
Cappotto in pelle, giacca grigio antracite e cravatta in tinta, stivali
neri. Di bell’aspetto. Barba lunga di tre giorni. Occhiali trasparenti che
lasciano intravedere uno sguardo magnetico dal quale non riesce più a
staccare gli occhi... (CONTINUA)