primo capitolo

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Primo Capitolo

(alcune pagine)

Sembra una mattinata come tante altre: le solite pratiche, telefonate, visite, scartoffie, documenti e via dicendo. Ma quando il destino ha deciso di venirti a trovare, quando l’imprevisto vuole sfondare le fragili pareti di un’esistenza apparentemente tranquilla, una mattinata come tante può trasformarsi in un’esperienza unica, travolgente, con la forza devastante di una tempesta di dimensioni mai viste prima.

“Buongiorno Paola.”

“Buongiorno a te, Melany. Sei già a gironzolare per gli uffici? Non hai proprio nulla da fare, eh?”

“Hey! Ma stai scherzando, vero? Sai bene che per me il lavoro è importantissimo e non lascio nulla indietro. È solo che... beh... è importantissima anche la pausa caffè... per nulla al mondo vi rinuncerei...”, risponde Melany ammiccando e tirando fuori dalle labbra socchiuse la punta della lingua, con fare ironico e dispettoso.

“Sì, d’accordo, d’accordo, ma vedi di fare in modo che la pausa caffè non duri un’intera giornata lavorativa...”, ribadisce la collega, ammiccando a sua volta.

“Ti ha mandato il capo a controllarmi, per caso? Ho capito: vuoi che ti offra il caffè per comprare il tuo silenzio vero? Ok, andata, cedo al ricatto.”

“Beh... in questo caso... diciamo che chiuderò un occhio e non dirò nulla... A me macchiato grazie e nella solita tazzina di vetro.”

“Nient’altro Paola? Servita e riverita, eh?”el simpático demonio que simboliza los sistemas BSD

Salutata la collega con un dolce occhiolino, Melany si avvia verso la macchina del caffè quando, all’altezza di un ufficio, sente pervenire al suo indirizzo un “Fufiuuuuu!!!”

E lei fa: “Silvio... sempre il solito...”

“Come hai fatto a capire che sono io? Non mi hai nemmeno visto e questo non è il mio ufficio...”

“Il fatto che tu non sia nel tuo ufficio è una cosa normale visto che sei sempre in quello degli altri, o meglio ancora, in quello delle altre... E poi sono anni che ci provi instancabilmente tutti i giorni che mi vedi. So’ fidanzataaaaa!!!”

“Anni? Esagerata! Forse qualche mese... E poi è tutta colpa tua...”, si schermisce Silvio con tono ironico.

“Colpa mia? O bella, questa è nuova... E perché di grazia?”

“Sarà per il tuo carattere così solare; sarà per la tua bellezza così lunare evidenziata dalla tua carnagione chiara, sarà per la gioia di vivere che sprizzi dai tuoi occhi che brillano di felicità, sempre e comunque, accesi non da quel sorriso stolto di chi è preda dell’incoscienza, al contrario consapevoli del bel dono sia la vita che riesci ad apprezzare in pieno in tutte le sue sfumature...”

“Silvio”, lo interrompe lei, “come sei spirituale e poetico oggi! Ma credi davvero che io beva le tue balle?”

“Beh Melany... diciamo che un pelino dipende anche dal fatto che giri maestosa dall’alto dei tacchi da cui si innalzano le tue lunghe gambe, ondeggi il tuo fondoschiena marmoreo, racchiuso nei jeans attillati, a destra e a sinistra in modo provocatorio, trasporti fiera il tuo fisico asciutto, scolpito dal flamenco, ballo caldo, sensuale, che sembra fatto su misura per te, perché meglio di qualunque altro, ti consente di esprimere ed esaltare la tua femminilità”, sciorina Silvio con sguardo sognante e sospirone finale.

“Almeno ora sei più sincero... Adesso sì che ti riconosco!”

“Eh eh, Melany... non puoi certo dire che io non abbia buon gusto. E non solo io. Qui piaci a tutti, lo sai... Insomma, devi ammettere che sei una vera e propria minaccia per noi maschietti...”

“... o forse per quelli porcellini come te... Ma se non ricordo male sei sposato, no?”

“Sì, sì, ma mia moglie non è gelosa, quindi...”

“Silvio... Sono fidanzataaaaa! Fi-dan-za-ta!!! Do you understand?”

“Ecco la solita megalomane... Sempre a far pesare il fatto che conosci tre lingue alla perfezione. E poi... nemmeno io sono geloso, se la cosa ti può interessare...”

“Niente da fare, sei irriducibile... Senti, ti porto un po’ di caffè al bromuro per sedare i tuoi bollenti spiriti?”, gli propone Melany sorridendo maliziosamente.

“Da te prendo tutto, mia dolce Melany...”, altro sospiro sognante.

“Sono dolce, sì... ma non TUA. Mi spiace Silvio. Buon lavoro...”, e si allontana.

È ormai in prossimità della macchina erogatrice dei venti secondi di piacere quando le si avvicina Franco, il suo amato portinaio, ma in fondo l’amato portinaio di tutti.

“Melany buongiorno.”

“Buongiorno a te, paparino.”

“Non ti ho vista passare questa mattina e mi stavo preoccupando, così ti stavo venendo a cercare.”

“È vero Franco, ma quando sono entrata non c’eri. Magari eri nell’atrio antistante a fumarti una sigaretta di nascosto...”

“Già Melany, forse sei passata proprio quando ho lasciato per pochi minuti la mia guardiola. Come mai oggi non hai aspettato che ti portassi io la colazione?”

“Mi andava di sgranchirmi un po’ le gambe, così ho deciso di fare due passi.”

“Sgranchirti le gambe? Ma se sei sempre in movimento! La sera dopo il lavoro insegni flamenco, tieni spettacoli anche in città diverse dalla nostra, fino a tardi ti esibisci nei locali per fare animazione, eppure la mattina seguente sei sempre qui a dispensare il tuo sorriso e la tua freschezza a tutti come se nulla fosse, e mi parli di sgranchirti le gambe?”

“Beh, Franco... Chi si ferma è perduto, no?”

“Hai ragione, Melany”, sorridendo come un tenero e buon padre di famiglia. “Tu lo sai che sei la mia prediletta, vero?”

“Lo so Franco, lo so. Mi arriva forte e chiaro il tuo affetto per me.”

“Del resto Melany, come si fa a non volerti bene? Sei sempre disponibile con tutti, aiuti tutti, ascolti tutti, hai sempre una parola di conforto per ogni circostanza. Sei una persona semplice, genuina, fresca. Come quei cibi prodotti da aziende artigianali, frutto di tradizioni tramandate da padre in figlio di generazione in generazione.”

“Sei sempre così buono con me, Franco, non merito tutto questo...”

“Lo meriti eccome, invece. Sei una persona di sani princìpi, bella dentro e fuori. Inoltre hai un lavoro di responsabilità che ti rende economicamente autonoma, sei una bravissima ballerina e insegnante di ballo. Il tuo fidanzato è proprio fortunato.”

“Sai Franco? Mi hai proprio convinto... Hai ragione”, e gli offre uno dei suoi migliori e caldi sorrisi.

“Buon lavoro, Melany,” la saluta il portinaio congedandosi.

“Buon lavoro e buona giornata a te, Franco.”

Preso il caffè per sé e per Paola, Melany rientra presto nel proprio ufficio. Del resto lei adora il suo lavoro, perché le dà mille soddisfazioni e le permette di avere contatti con tanta gente di diversa estrazione e cultura: operai, impiegati, rappresentanti, clienti, fornitori, politici, sindacalisti, amministratori di Provincia, Regione, Stato, e addirittura di nazionalità estera.

Si siede alla sua scrivania. Il suo sguardo si posa sulla foto che sta vicino al suo computer e che ritrae l’immagine di Spank, il cane dei cartoni animati, immortalato in un’espressione da innamorato con gli occhi a forma di cuore. Quella foto sta lì dal giorno in cui si è fidanzata con Stefano.

Mentre la guarda una nube si affaccia nel suo sereno orizzonte. Una nube carica d’acqua che ultimamente staziona spesso nel suo cielo, con la stessa pericolosità di un asteroide dalla parabola errante, incerta, che rischia di cadere sulla Terra provocandone la quasi certa estinzione. Una nube che al momento non sembra destinata a sparire e che costituisce l’unica ragione che la porta, talvolta, ad abbandonare il suo onnipresente sorriso.

La sua relazione sta attraversando una fase difficile. Forse è a una svolta. Forse solo a una necessità di verifica. È questa la nube che ogni tanto scarica anche temporali di intensità spaventosa che turbano il suo animo, per il quale non ci sono ombrelli o rifugi adeguati in cui trovare adeguato riparo.

È stata tradita! E per più di un anno! Lei, che non conosceva nemmeno il senso di questa parola. Lei, che non concepisce il significato che questa parola esprime proprio perché la trova una cosa assurda, ignobile.

Eppure il tradimento esiste. La realtà di tutti i giorni, continuamente, riporta queste e ancor peggiori esperienze. Ma un conto è averne notizia dai mass media o da quegli stupidi giornalini scandalistici che sopravvivono nel rivelare questo o quel tradimento, redatti da persone senza cuore e dignità e letti da gente la cui vita è talmente misera che prova un sadico piacere per le disgrazie altrui, ben altro discorso è vivere sulla propria pelle esperienze così brucianti da lasciare una cicatrice profonda, e a volte anche una ferita che non si rimarginerà mai.

Sì, perché il tradimento è la cosa più vile, più indegna che ci possa essere, ed è ancora più crudele e facile riservarla a una persona buona di cuore come Melany.

Che amarezza scoprire che la “lotteria della sfortuna” questa volta ha estratto proprio il suo numero, volendo colpire proprio lei.

Il suo fidanzato non solo si è macchiato di questo infame crimine, ma lo ha fatto anche per un periodo interminabilmente lungo, fuori dalla comprensione umana e dalla comune decenza. Ma non per Melany. Lei ha perdonato. Lei ha giustificato, ha compreso. O almeno così crede, perché da qualche tempo una voce interiore le parla: la voce del cuore le segnala, come un campanello d’allarme, che non tutto funziona come dovrebbe. La riporta a una realtà che lei cerca di ignorare, come quando si cerca di affondare nell’acqua un pallone che ritorna sempre a galla, non importa quanto profondamente lo si spinga giù, perché tanto finisce sempre per riemergere.

Solo che la vita non è un gioco e quando il dolore riemerge è la persona che lo prova che rischia di affondare.

Per quanto amore si possa provare, è possibile giustificare fino in fondo queste situazioni? È possibile dimenticare l’indimenticabile? È possibile restituire il profumo e la bellezza a un fiore a cui sono stati tarpati i petali?

Il telefono squilla mentre Melany è ancora immersa, come ipnotizzata, nella cornice del suo beniamino portafortuna Spank, con il pensiero assorbito da queste imbarazzanti domande che le suonano fastidiose e cariche di pericolo, esattamente come il ronzare di uno sciame di api che si avvicina mentre si è in campagna a fare un tranquillo un pic-nic sotto il sole, nei pressi di un alveare nascosto alla vista.

“Driiin”, il secondo squillo fa ripiombare Melany nella realtà dell’ufficio, distraendola fortunatamente da quell’altra così dolorosa.

È un interno: “Melany, sono Marina. Non hai sentito la sirena? Sono le 13 passate. È ora di andare a pranzo. Vieni con noi?”.

“Ah... ehm... sì, sì... certo... Voi intanto andate, io vi raggiungo subito. Sistemo delle carte e arrivo.”

Invia un fax, chiude una lettera che ha scritto con il computer, inserisce nel raccoglitore delle pratiche sparse sulla sua scrivania.

Nel frattempo sente bussare alla porta semiaperta del suo ufficio. Due colpi secchi. Decisi. Non alza nemmeno la testa. Pensa che sia ancora Marina per sollecitarla ad andare via insieme.

Risponde distrattamente: “Arrivooooo!!!”. Ma dalla porta non sente provenire alcun suono, solo altri due colpi ancor più decisi e forti: “Toc toc!!!”.

A tal punto risponde, sempre senza guardare: “Uff... entra, dài!”. Di nuovo silenzio. Stranamente dall’altra parte non c’è risposta. Eppure qualcuno ha bussato.

Melany alza dunque la testa con un piglio che si può esprimere con le parole: “Adesso gliela faccio vedere io a quest...”. Non fa nemmeno in tempo a terminare la frase mentalmente, che il suo sguardo si incrocia con quello di un uomo giovane, distinto, alto circa 1,85 m, statuario.

Si erge con la stessa fierezza di un bronzo di Riace. Cappotto in pelle, giacca grigio antracite e cravatta in tinta, stivali neri. Di bell’aspetto. Barba lunga di tre giorni. Occhiali trasparenti che lasciano intravedere uno sguardo magnetico dal quale non riesce più a staccare gli occhi... (CONTINUA)

 

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